top of page
  • Facebook
  • Instagram

Tra umorismo e riflessione “Mettimi presente”, di Giulia Esposito, trasporta il lettore tra i banchi di scuola edito da Narrazioni clandestine

3 set
Tempo di lettura: 3 min
Tra umorismo e riflessione “Mettimi presente”, di Giulia Esposito, trasporta il lettore tra i banchi di scuola edito da Narrazioni clandestine

Di Alessandra Sigillo

Mettimi presente, non è solo un’accezione positiva per chiedere a qualcuno di ricordarsi di te ma è anche il nuovo romanzo di Giulia Esposito, professoressa di letteratura nelle scuole medie e superiori. Tutto comincia con una telefonata: una convocazione improvvisa in una scuola di frontiera. Diana, una professoressa non ordinaria, accetta questa sfida. “La prof con le Vans” si scontrerà con animi vulnerabili e negli sguardi dei suoi studenti riconoscerà la sua stessa rabbia mentre dovrà fare i conti con la sua di adolescenza turbolente. C’è un nesso tra la storia di Diana e quella della sua autrice? Facciamocelo raccontare proprio da lei.

Giulia, la storia della protagonista Diana è in qualche modo collegata alla sua biografia? Se sì, come?

Sì, c’è un legame molto forte. Diana è la parte più autentica della mia esperienza come insegnante.

Molti episodi del romanzo nascono da fatti realmente accaduti. Naturalmente la narrativa richiede di romanzare, fondere personaggi, modificare tempi e situazioni, ma l’emozione da cui tutto nasce è assolutamente vera.

Ho scritto questo libro perché, entrando ogni giorno in classe, mi sono resa conto che spesso gli adolescenti non hanno bisogno di qualcuno che li cambi, ma di qualcuno che li guardi davvero. Diana nasce da questa convinzione e, in fondo, anche io come insegnante cerco ogni giorno di fare la stessa cosa.

Lei crede che i ragazzi di oggi abbiano bisogno nella loro formazione scolastica di almeno una professoressa/un professore dalla personalità creativa come Diana?

Credo che la scuola abbia bisogno di insegnanti vivi, insegnanti “presenti “. Puoi indossare una giacca, un paio di Vans, avere i capelli blu o nessun tatuaggio. Sono dettagli.

Quello che fa davvero la differenza è non aver dimenticato cosa significhi essere adolescenti sotto gli occhi di un mondo che a quell’età può far paura. 

Io ascolto la trap, conosco gli artisti o i tik toker che seguono i miei studenti, so cosa vedono sui social. Non perché voglia sembrare una di loro, ma perché è da lì che parte il dialogo. Quello è il registro con cui posso decodificare il loro linguaggio e costruire una relazione educativa autentica.

Un insegnante non deve diventare un adolescente. Deve restare un adulto capace di capire gli adolescenti.

L’empatia, ritengo sia un valore imprescindibile in una comunità scolastica, ma non è sempre così, essendo lei una professoressa ritiene che la scuola degli ultimi anni abbia accresciuto questo valore, o c’è ancora molto da lavorare?

L’empatia è una competenza fondamentale nella scuola, ma credo che oggi vada definita con molta precisione. Spesso la confondiamo con il farsi carico dei problemi degli altri e questo è un rischio, soprattutto per chi insegna.

Un docente deve essere capace di comprendere un ragazzo, di ascoltarne il linguaggio, di coglierne i bisogni e le fragilità. Questo significa creare una sorta di mappa delle sue potenzialità, capire dove può esprimere il meglio di sé e aiutarlo a vedere un talento che magari lui stesso non riesce ancora a riconoscere.

Essere empatici, però, non significa diventare i caregiver dei propri studenti né assorbire il loro dolore fino a farsene travolgere. Se un insegnante perde la propria stabilità emotiva, smette di essere un punto di riferimento.

Gli adolescenti hanno bisogno di adulti credibili, capaci di restare in piedi anche nelle difficoltà.

Nel mio romanzo questo aspetto emerge continuamente. Diana sente profondamente i suoi studenti perché riconosce nelle loro ferite qualcosa della propria storia. Ma non cerca di salvarli sostituendosi a loro. Li accompagna, li provoca, li mette davanti alle loro possibilità.

Credo che il compito più importante della scuola non sia sottolineare ciò che uno studente non sa fare, ma valorizzare ciò che sa fare. Noi insegnanti abbiamo tra le mani un materiale umano straordinario. La nostra responsabilità non è costruire ragazzi perfetti, ma aiutarli a scoprire quale possa essere il loro posto nel mondo.

 

® Riproduzione Riservata

Commenti


bottom of page