Giancarlo Vitagliano, “La storia comincia così” : perché ogni vita nasconde una storia edito da Delos Digital

Di Vito Rosario Ferrone
Il romanzo breve La storia comincia così di Giancarlo Vitagliano, edito da Delos Digital, ha, a mio giudizio, due chiavi di lettura ed entrambe trovano un giustificato fondamento nella psicanalisi.
È infatti, un racconto che può essere tranquillamente inserito in una cornice più ampia quella del romanzo gotico per cui è necessario ricordare quanto, fra la psicoanalisi e il gotico, il legame sia stretto: entrambi esplorano o almeno tentano di farlo con modalità e strutture tra loro diversi, tutto ciò che è nascosto.
Il gotico indaga atmosfere di terrore, mistero, elementi soprannaturali e anche passioni romantiche. La psicoanalisi invece indaga l’inconscio, cioè ciò che fa parte di noi e che nessuno di noi controlla o è in grado di controllare e non c’è niente di più inquietante e incontrollabile del terrore o del mistero, per non parlare degli elementi soprannaturali o della passione.
Il racconto di Giancarlo Vitagliano risponde a tutto questo, ma tutto questo a mio parere non è la sua cifra vera: la sua cifra vera è l’ossessione creativa.
Gerardo Bassi il protagonista di questa storia è uno scrittore con il blocco della pagina bianca, ed era stato negli anni precedenti una sorta di novello Steve King ma la sua creatività sembra essersi volatilizzata e non c’è verso per farla concretamente ritornare su un taccuino o sul monitor di un computer. Da quando si è lasciato con la moglie, Gerardo Bassi, deve assolutamente fare qualcosa e per risolvere il blocco si reca al cimitero della sua città dove da giovane inseguiva avventure proibite .
Il cimitero luogo di paura e di mistero diventa luogo di incontri e da questi incontri ritornano creatività e lustro, ed è qui che il romanzo svela la sua forza; ma allo scrittore ritrovato e che ha ritrovato fama successo e soldi, non basta. Tutto questo non basta. Deve assolutamente, ritornare in quel luogo, deve rivivere quegli incontri.
Ad una lettura superficiale, il comportamento del protagonista potrebbe sembrare soltanto una sete inestinguibile di successo, una voglia smodata di soldi. Io non credo affatto che sia così. C’è qualcosa di più.
Come, direbbe Massimo Recalcati, ad un certo punto la psicologia non basta, ci vuole la psicoanalisi. Non è un avido quello scrittore, non è un insicuro quell’autore che ha bisogno sempre di nuove storie, ma ha la vitale necessità, di dare una forma simbolica a qualcosa che non trova facilmente altra espressione. L’ossessione creativa, è una necessità identitaria, non creare non significa semplicemente avere una giornata improduttiva: non creare è come perdere una parte di sé stessi. L’opera successiva, che da quegli incontri ossessivi nasce, serve a inseguire qualcosa che sembra sempre sul punto di essere raggiunto, ma che però sfugge.
A me il romanzo è piaciuto, anche perché è ben scritto, perché ciò che attira, e ci interessa, è l’ossessione. La nostra ossessione, quella che ogni giorno ci interroga su chi siamo. O cosa vogliamo, da ciò che siamo.
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