“I delitti della porta accanto - Storie di vicini che ammazzano” di Cristina Brondoni, Edizione Mursia

Di Vito Rosario Ferrone
Inserito nella collana Criminologia e Crimini di Mursia, I delitti della porta accanto - Storie di vicini che ammazzano di Cristina Brondoni è un libro originale perché per la prima volta viene affrontato in maniera, tra l’altro, completa, approfondita e, seppure nel rispetto della drammaticità degli eventi, senza fronzoli, un aspetto del true crime da sempre ai margini, quasi dimenticato: gli omicidi tra vicini di casa. Di questi omicidi Brondoni ci offre una rassegna molto ampia e assai puntuale, con una sorta di scheda che innanzitutto ci dice, quando possibile, perché in alcuni Paesi è vietato pubblicare il cognome della vittima, chi è il morto, le modalità con le quali è stato posta fine alla sua vita, le motivazioni, quelle che sembrerebbero le più immediate ‒ di solito definite “futili” che, a parere dell’autrice, condiviso da chi scrive, “futili” non sono, non lo sono mai ‒ a quelle più profonde radicate se non incancrenite nel tempo magari di una patologia.
L’elenco degli omicidi ‒ di solito “uno a uno”, anche se delle eccezioni importanti ve ne sono: la strage di Erba, tanto per ricordarne una nota ed efferata, con quel terribile assassinio di un bambino ‒ è lungo e non conosce confini né limiti di etnie né di ricchezza. Puoi vivere in baracca con un tetto di lamiera ondulata o in una villa o, ancora, in una gated community, alla fine il morto ci scappa: non c’è niente da fare.
Le cause, volendo dimenticare un attimo quelle legate a peculiari disfunzioni o a comportamenti criminali o comunque al di là di qualsivoglia regola sancita da uno stato di diritto, sono grosso modo sempre le stesse: il rumore, il parcheggio, il fumo di sigaretta, i comportamenti provocatori reiterati.
Cause che, ci ricorda l’autrice troppo spesso hanno come riscontro una poco comprensibile sottovalutazione, e il tutto viene derubricato a “banali liti condominiali”.
Salvo poi accorgersi che così non è. In molti casi, purtroppo, proprio non lo è.
E ritorniamo ai “futili” motivi.
Cristina Brondoni spiega la parte del codice che affronta il tema delle aggravanti, e lo fa con chiarezza e lucidità. Le pagine 47 e 48 del libro, una parte delle quali è di seguito citata, ne sono una testimonianza evidente.
“L’articolo 61 del Codice penale riporta le circostanze aggravanti di un delitto. Cioè quelle occasioni in cui il reato è stato peggiorato, aggravato appunto, da altri comportamenti, come per esempio (…) essere parenti di sangue, madri, padri, figli, della vittima, approfittare e sopraffare una vittima più debole (…). La prima delle aggravanti è «l’aver agito per motivi abietti o futili». Sono «abietti» quando si caratterizzano per essere stati (…) perversi e ripugnanti alla morale comune. E sono invece futili quando sono del tutto sproporzionati rispetto all’azione delittuosa: lo stimolo esterno che ha portato all’azione delittuosa era talmente banale o lieve da apparire esagerato”.
Un esempio è proprio quello della musica tenuta a volume troppo alto (…) o di un parcheggio negato. E uccidere per un parcheggio è uccidere per un motivo banale. Sembrerebbe.
La Brondoni chiaramente, e noi con lei, non è d’accordo con questo tipo di impostazione o, se si vuole, di motivazione quando riferita a omicidi di persone che vivono nello stesso condominio dell’omicida. Perché è una sorta di scorciatoia. L’aggettivazione “futile” esclude precedenti consolidati, una storia che è “già e non ancora”, fatta di rabbia, di rancori, di frustrazioni. Di insicurezza. Soprattutto di insicurezza.
Diventa dubbio proprio quello che la casa dovrebbe garantire, cioè sicurezza. Oltre, ovviamente, a comfort, a momenti certi di convivialità o di riposo, alla concreta possibilità di cura della propria persona e dei propri affetti, all’ospitalità di chi si ama.
Ma al di là di questo, di tutto questo, ciò che viene messo in discussione, dopo averlo agognato e finalmente realizzato, magari con un mutuo ventennale, che rende difficile se non impossibile la sola idea di cambiare casa se il vicino è fin troppo molesto, è proprio il senso di sicurezza.
Ci si sente insicuri nel proprio bozzolo. Non è possibile! Non dovrebbe essere possibile, di certo non è accettabile. A quel punto, le reazioni sono le più diverse e differenziate, e la brava Cristina ce ne ricorda molte. Fino a che il tutto precipita in una sorta di questione di principio. E quando le questioni diventano di principio la morte è dietro l’angolo.
C’è un rimedio a tutto questo ambaradan di morti violente? Pare proprio di no. Sebbene il libro non trascuri un diverso tentativo di risposta a questa domanda tanto semplice quanto essenziale, tocca rassegnarci. Anche in situazioni protette. Al riguardo, interessante è la disamina di soluzioni che possano rendere meno pericoloso il vivere fianco a fianco. Dai board che gestiscono intere strutture a Manhattan perché queste siano abitate il più possibile da gruppi omogenei: single, persone anziane, famiglie con figli (piccoli), a interi condomini che bastano a loro stessi, in quanto all’interno del loro recinto si trova di tutto, dagli ipermercati ai cinema, dalle scuole ai teatri.
Eppure, anche qui i problemi vi sono, le morti non mancano. Perché, e a questo punto l’analisi si fa acuta, nessun luogo è scevro ‒ sembra proprio non potere essere esente! ‒ dal “perdente radicale” ovvero da colui che, pur avendo sperimentato un miglioramento delle proprie condizioni, percepisce un'umiliazione profonda interiorizzando il successo altrui.
La teoria del “perdente radicale” è stata enunciata da Hans Magnus Enzensberger nel suo saggio omonimo (Einaudi, 2007) e l’autrice la “fa propria” perché è una teoria che convince.
A parere di chi scrive, il richiamo a Enzensberger costituisce uno dei punti più significativi del libro. La figura del «perdente radicale» diventa, infatti, una chiave interpretativa capace di spiegare perché conflitti all'apparenza irrilevanti possano trasformarsi, in determinate circostanze, in atti di violenza estrema.
«In ogni momento il perdente radicale può esplodere. Questa è l’unica soluzione del problema che riesce a immaginare: il parossismo del disagio che lo fa soffrire. (...) Il motivo che scatena l’esplosione è in genere del tutto banale. Perché l’omicida, per quanto concerne i propri sentimenti, è estremamente sensibile. (…)». (Pag.194)
E ancora.
«La logica del perdente radicale riesce incomprensibile al senso comune. (…) si appella all’istinto di conservazione, come se quello fosse un dato naturale ovvio e incontestabile. Mentre si tratta di una concezione fragile, storicamente assai mutevole». (Pag. 195)
Infine.
«Ma cosa accade quando il perdente radicale supera il suo isolamento, quando si socializza, quando trova una patria dei perdenti, da cui si ripromette non solo comprensione, ma riconoscimento, un collettivo di simili che lo accoglie a braccia aperte e ha bisogno di lui? Allora l’energia distruttiva insita in lui si potenzia una mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all’impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza». (Pag. 195)
Un senso di onnipotenza che, per storicizzare, ha colto in pieno George Zimmerman quando ha deciso di auto proclamarsi capo e capitano della ronda in una gated community a Sanford (Florida), e lo ha portato a uccidere Martin Tryvon, figlio di uno dei residenti del “villaggio cintato”. Martin è caduto, vittima di un colpo di rivoltella.
Già, le vittime.
È difficile parlare delle vittime perché ci vuole rispetto per la morte e per i morti, e non tutti sono innocenti come il povero Martin che nulla aveva fatto se non indossare una felpa nera con il cappuccio; o come le vittime di un serial killer, che, in quel di Londra, con i pezzi dei cadaveri aveva intasato le tubature dell’impianto idraulico condominiale; o come chi è stato brutalmente picchiato perché si è ribellato a un vero e proprio stalking, fatto di minacce continue o di pattumiere nauseabonde depositate davanti alla porta del proprio appartamento o di maniglie e corrimani di proposito sporcate nei modi più disgustosi.
A volte, direi nella maggior parte dei casi, chi muore ammazzato è chi ha, per così dire, cominciato e continuato, tanto che all’ennesima provocazione e discussione viene freddato oppure accoltellato da un condomino che prima di allora non aveva fatto male a una mosca.
Cosa dire, quindi? Si domanda l’autrice di questo saggio importante.
La risposta, mi pare di capire, al di là di ogni causa contingente e reiterata, ha il suo fondamento nella solitudine dei tempi e in una comunità “fluida” e distante.
Siamo soli, profondamente soli con noi stessi, anche in un condominio affollato. Da altri. Comunque soli.
® Riproduzione Riservata






Commenti