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“La ragazza di Palermo”: una storia vera tra tante oscure verità nel libro di Eugenia Nicolosi

  • 22 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Aggiornamento: 1 minuto fa

“La ragazza di Palermo”: una storia vera tra tante oscure verità nel libro di Eugenia Nicolosi

Di Andrea Jelardi


Basta dire “la ragazza di Palermo” per richiamare inevitabilmente e immediatamente alla mente il vecchio luogo comune della giovane siciliana bella e procace, e al tempo stesso tenacemente depositaria - sotto lo sguardo severo dei familiari - dell’onore e della purezza fino al matrimonio. Un archetipo che queste ragazze ce le fa ancora immaginare vestite castamente di nero e con i rappelli raccolti, così come anche il cinema le ha rappresentate fino a tempi recenti, ma sulla scia del magistrale e ormai storico film I soliti ignoti, diretto nel 1958  da Mario Monicelli che affidò a Claudia Cardinale il ruolo di Carmelina Nicosia, siciliana trasferita a Roma dov’era reclusa in casa, costantemente sorvegliata a vista dal fratello e richiamata ossessivamente al pudore con la ricorrente battuta «Carmela, componiti».

Erano anni in cui la donna sottostava naturalmente a una morale prettamente maschilista fino al punto che, in caso di violenza carnale, era destinata - senza alcun clamore e senza nessuno scandalo - a sposare “felicemente” il suo stupratore, salvando così la propria moralità e quella familiare e persino col benestare del codice penale che nell’abrogato articolo 544 considerava il reato di stupro estinto a seguito delle nozze.

Il cosiddetto matrimonio riparatore, assieme alla fuitina e al rapimento spesso consenziente, hanno insomma scandito per secoli il “normale” iter nuziale siciliano benché anche nel resto d’Italia la violenza sessuale fosse comunque considerata un generico oltraggio alla morale e non ancora un reato contro la persona, almeno finché nel 1966 Franca Viola, diciottenne di Alcamo (Trapani), per la prima volta coraggiosamente riuscì a rifiutare le nozze e denunciare il promesso sposo stupratore.

Dopo questa necessaria premessa è evidente come a distanza di sessant’anni l’emancipazione femminile abbia registrato una significativa evoluzione sotto vari profili, a cominciare da quello legislativo, eppure sul piano morale il progresso che sembrerebbe essere stato altrettanto raggiunto evidenzia invece delle falle e appare in gran parte soltanto teorico: ad analizzare questo aspetto, assieme a vari altri, è il libro della giornalista palermitana Eugenia Nicolosi intitolato appunto La ragazza di Palermo e che, recentemente edito da Ponte alle Grazie, racconta la storia vera di una diciannovenne stuprata da sette ragazzi tra i diciassette e i ventidue anni in un cantiere abbandonato del Foro Italico, area urbana poco lontana dal mare.

È la notte tra il 6 e il 7 luglio 2023: Asia Vitale passa la serata in compagnia di un’amica tra i vicoli della Vucciria finché incontra un ragazzo conosciuto da qualche tempo su Instagram e che, assieme a sei amici, la fa ubriacare e fumare al punto da portarla ad essere inizialmente consenziente al sesso di gruppo, per poi trascinarla, tra l’indifferenza dei passanti, nel cantiere dove viene abusata, picchiata, filmata e fotografata e infine abbandonata a se stessa.

Questa storia che la stessa Asia racconta subito dopo i fatti è drammatica, purtroppo come tante del passato, del presente e probabilmente del futuro. Una storia in cui sono coinvolti alcuni amici e conoscenti giovanissimi, di cui uno ancora minorenne, e che consumano la violenza quasi con naturalezza, come un gioco crudele eppure tacitamente consentito al “maschio siciliano”, al punto da parlarne poi nelle chat come una bravata la cui responsabilità sembrerebbe però comunque essere quasi totalmente della vittima.

Asia è innegabilmente la vittima, ma è anche una “ragazza di Palermo” completamente diversa da quelle di decenni addietro, poiché prima ancora di essere vittima esige un ruolo da protagonista e vuole conquistarlo a tutti i costi sin dal principio, non solo addirittura predisponendo quell’incontro grazie alla sua amicizia con uno dei ragazzi benché avesse ben presto cambiato idea, ma anche tenendo poi lei stessa viva l’attenzione sulla vicenda, evidentemente consapevole che nella società attuale, scrive Eugenia Nicolosi, «le persone, dei fatti di cronaca, anche di quelli brutti, si scordano nel giro di qualche giorno o settimana: se del suo caso si parlava ancora a distanza di anni era unicamente perché la sua sete di visibilità la spingeva a dire e a fare di continuo qualcosa che attirasse l’attenzione mediatica sulla “vittima dello stupro di Palermo”».

Asia Vitale racconterà in seguito varie versioni, spesso contraddittorie, e in realtà sono proprio le sue intime contraddizioni quelle che intende esprimere e che l’accompagnano sin dall’infanzia non facile: rimasta infatti orfana di madre nel 2018 e senza avere contatti con il padre peraltro denunciato per abusi su di lei bambina, viveva con i nonni e la zia Giovanna, ma già durante gli anni di scuola aveva espresso alla psicopedagogista dell’Istituto Superiore Duca degli Abruzzi la volontà di allontanarsi dalla famiglia per sfuggire ai maltrattamenti fisici e psicologici della zia possessiva e autoritaria, che la sorvegliava e le impediva di muoversi liberamente.

Mentre la macchina dell’assistenza sociale si era messa in moto con i burocratici e asettici protocolli di tutela e assistenza ai minori, Asia era intanto ben presto uscita da quel contesto oppressivo in maniera autonoma e ribelle finché, ormai cresciuta, approda sui social dove si costruisce l’immagine di un’alter ego felice, spregiudicata e che a suo modo reagisce anche alle violenze abituali e tollerate tra i coetanei nei confronti delle ragazze palermitane, alle quali «capita spesso che vengano picchiate dai fidanzati per gelosia, per come si vestono, per impedire loro di avere amici maschi, perché postano dei video in cui anche se sono coperte (nell’abbigliamento) però sono truccate e il ragazzo si arrabbia».

È a questo punto che la storia dello stupro di Asia si smembra in narrazioni diametralmente diverse: lei, infatti, la vive e la racconta con ostentata normalità dapprima tra le amiche e sui social e poi persino in podcast e trasmissioni televisive, mentre d’altro canto adatta i suoi racconti alle situazioni e veste i panni della vittima quando lo richiedono le occasioni ufficiali adeguandosi al sentire comune non solo della gente, ma anche dei giornalisti e persino dei magistrati che in questa vicenda diventano involontari protagonisti.

Le contraddizioni che Asia vorrebbe far percepire, così come la complessità della sua figura, vengono difatti offuscate dai parametri di giudizio assai diffusi che non contemplano una via di mezzo tra carnefice e vittima, la quale a sua volta è o peccatrice o santa, senza vie di mezzo. Permangono, insomma, quei retaggi della società italiana, e in particolare di quella siciliana, che - rileva Nicolosi - è «cresciuta a pane e matrimonio riparatore» mentre anche la giurisprudenza era stata lungamente influenzata da «una cultura secondo la quale quando le donne dicono “no” intendono “sì”, poiché, non potendo esprimere ad alta voce i propri desideri, si organizzano, provocano, fingono di non volere, per essere prese senza poi dover rendere conto a qualcuno della loro amoralità».

E così, mentre Asia vive senza misteri e pudori la sua vita, i giornalisti raccontano di una ragazza nascosta in una casa protetta, si ostinano a fare la cronaca dello stupro di Palermo citando vittima e aggressori con le sole iniziali per tutelarne la privacy secondo la legge, e si fanno scrupolo di indagare sul loro privato attraverso internet sebbene tutto ciò che finisce in rete è immediatamente di dominio pubblico.

Timori e pudori che però non riguardano unicamente l’ambiente giornalistico, poiché non solo Asia, ma persino i ragazzi sotto accusa,raccontano liberamente e ben più rapidamente di tutti ogni dettaglio del fatto sui social, dove c’è persino chi crea account abusivi fingendosi uno di loro e diffondendo foto e video.

Uno stupro si trasforma così in un’occasione, in un mezzo per arrivare facilmente alla popolarità e guadagnare follower, al punto che uno degli aggressori «non ha potuto fare a meno di incensarsi pubblicamente su TikTok rivendicando la propria presenza al cantiere e le proprie idee sulle donne».

Questo giovanissimo ragazzo è per Eugenia Nicolososi «la testimonianza vivente della controrivoluzione valoriale attuale, quella in cui la fama social prevale su ogni altro aspetto della vita, perfino sulla prudenza o, volendo, sulla furbizia. L’impressione è che non avesse chiarissimo il contesto. Comunque, a inchiesta ancora aperta, la sua indole da wannabe content creator ha avuto il sopravvento sul buon senso. E infatti la sua libertà è durata un pugno di ore».

La vicenda di Asia Vitale tuttavia offre l’opportunità di approfondire pure molti altri aspetti a cominciare dall’ambiente in cui si svolge e che, essendo estraneo alla “Palermo-bene”, porta l’opinione comune a sminuirla fino a rimuoverla, considerandola il prevedibile frutto di un degrado urbano e sociale dov’è impossibile eradicare certe forme di sopruso e violenza. «Davanti a ogni sparatoria, stupro, esplosione o accoltellamento» - rileva difatti l’autrice - «Palermo si affanna a capire da dove vengono “i mostri”. È un riflesso collettivo, quasi automatico: trovare un quartiere, una provenienza, una parentela che possa rendere l’orrore circoscritto, rassicurante. Zen, Sperone, Borgo Vecchio, Arenella, Ballarò. E l’Arenella e via Montalbo, nel caso dello stupro del Foro Italico, sono diventate una miracolosa parte della meccanica di rimozione».

In questo contesto è dunque quanto mai facile tratteggiare la figura deviata della vittima e strumentalizzarla, mentre appare ben evidente che Asia è invece una vittima diversa dalle altre, a suo modo coraggiosa e determinata e che, pur avendo provocato una situazione, la affronta senza debolezze e demolendo peraltro un atavico limite della magistratura già denunciato da decenni, come ricorda ancora l’autrice, sin dai tempi di una «famosissima arringa di Tina Lagostena Bassi datata 29 aprile 1979, con la quale accusava il sistema giudiziario di processare le vittime colpevolizzandole per i loro costumi, invece che gli imputati».

Da allora sono trascorsi quasi cinquant’anni, ma nel frattempo la politica, la morale e - non ultima - la giurisprudenza, non hanno prodotto grossi risultati teorizzando il patriarcato, il sessismo, la misoginia, le devianze più disparate e le modalità di intervento socio-educativo fino a partorire recentemente un’astrusa proposta di legge sul “consenso” fondata sul principio del «solo sì è sì» ma che, imperniandosi solo sulla parola della vittima, metterebbe a serio rischio il principio di presunzione d’innocenza.

Non ci si è accorti però - e la storia di Asia lo dimostra - che per le giovanissime generazioni il limite del consenso è quanto mai labile, in quanto già gli adolescenti vivono ormai più che liberamente una dilagante sessualizzazione sia nella vita reale e sia nell’universo parallelo del web che non ha confini né regole.

Asia è il simbolo di tutto ciò, ed è inoltre una “ragazza di Palermo” non più del tutto categorizzabile né come vittima né come provocatrice, una “disonorata con onore” capace di mandare in crisi persino il processo mediatico che solitamente accompagna le vicende di cronaca.

Un processo in cui i giornalisti e la gente aspirano a cercare “un” colpevole, non necessariamente “il” colpevole, e al tempo stesso collocarlo magari assieme alla vittima in un contesto problematico di degrado sociale, umano e familiare che rende la condanna morale e penale più facile e immediata, senza scrupoli e con tutte le giustificazioni per le falle del sistema sociale e giudiziario.

Eugenia Nicolosi, da giornalista, evidenzia anche questo limite del racconto giornalistico che, «per quanto si spertichi nel definirsi neutro, non è mai tale. Il suo peso va oltre la semplice trasmissione dei fatti, perché la scelta di cosa approfondire e di cosa tacere incide sulle percezioni collettive e talvolta sul processo. La cronaca spettacolarizzata senza analisi delle cause sociali è solo pornografia del dolore».

La storia di Asia e dei suoi aggressori si presta però a questa manipolazione solo fino a un certo punto e finisce perciò tra non pochi punti oscuri su cui l’autrice del libro cerca di fare chiarezza, seppure con una triste conclusione che la porta ad affermare: «Esco da questa vicenda con una certezza amarissima: la verità non interessa a nessuno. Anzi, è l’elemento disturbante di ogni narrazione ben riuscita».

 

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