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“Scacco al Re” di William Bavone, Newton & Compton Editore

13 lug
Tempo di lettura: 3 min
“Scacco al Re” di William Bavone, Newton & Compton Editore

Di Domenico Lubrano Lavadera


“Camminare tra i vicoli di Bologna, avere la sensazione che basti alzare la testa per potersi orientare. Nulla di più falso”. È questa Bologna labirintica e selvatica a fare da sfondo alle tragiche vicende del romanzo Scacco al re di William Bavone, Newton & Compton Editore. Seguiamo le peripezie di una rete sfaccettata di personaggi, ma specialmente due guidano la narrazione: Nico De Luca, ispettore salentino trapiantato a Bologna dal fare burbero ma dall’animo buono, e Vincenzo, un impiegato di banca che conduce un’esistenza piuttosto ordinaria e senza memorabili scintille di eroicità. Ha una moglie, Monia, che rispetto a lui sembra essere una promettente professionista focalizzata sulla carriera, equilibrata e centrata, e un figlio, Diego, tutto sommato un adolescente come gli altri. Ma l’animo di Vincenzo sembra essere, per predisposizione naturale, adombrato da un sentore di una certa latente malinconia, che si manifesta in quelle sue episodiche eclissi, come se un sentimento improvviso di angoscia si insinuasse, quasi fosse “una tranquillità che fugge dal presente”.

La  stabilità del suo microcosmo esistenziale e familiare viene subito incrinata da un susseguirsi di omicidi nel suo quartiere, dove il tasso di criminalità non è mai stato allarmante. Eppure, d’improvviso, la violenza irrompe, per una prima volta, con la sua brutale insensatezza, con la sua origine invisibile. La carneficina sembrerà risolversi come null’altro che il progetto di una moglie paranoica nei confronti delle presunte scappatelle del marito. I due coniugi gestivano una bancarella in un mercatino popolare, tra l’altro estremamente familiare a Vincenzo stesso e al resto dei suoi parenti, che si dicono a maggior ragione costernati. Insomma, una chiara allusione alla banalità del male: un’escalation omicida che non è altro che il frutto del delirio di una modesta signora pervasa da un istinto di gelosia incontenibile. L’idea che la minaccia sia in agguato, che il male serpeggi come una creatura mostruosa che sia in grado di rovesciare anche le più modeste e semplici realtà quotidiane, sembra una consapevolezza difficilmente digeribile, e che, anche quando si chiudono le sbarre, non sembra abbandonarci. L’intervento della legge e dell’autorità è, a questo proposito, del tutto ininfluente. Non possiamo dichiarare semplicemente che il caso è chiuso e chiudere la porta al male coltivando la vana speranza di essercelo lasciato alle spalle. Tutto sembra suggerire che ci si trovi di fronte al preludio di una tragedia ancora più terribile, ancora più nefasta.

Il tono noir del romanzo assume anche, secondo me, pennellate di dramma psico-identitario. Vincenzo sente, dentro di sé, una qualche lancinante frattura dell’ego, un impulso indelebile di vincere una lotta tutta interna col suo innato senso di insignificanza, con la miseria angustiante della monotonia della sua vita, tutta fatta di grigiore e opachi sprazzi di normalità. Una normalità soffocante.

Un ego accartocciato, potremmo dire, fustigato, come un uccellino che si divincola nella sua gabbia e che patisce la fame. Così, per momentaneamente dissociarsi dall’ambascia quotidiana trova un suo personalissimo modo di assecondare il suo bisogno di ergersi al di sopra della ritualità quotidiana, priva di prodezze di cui andare fieri. Vincenzo necessita di un angolo di mondo, anche parallelo, anche fittizio, in cui ergersi come mito indiscusso, libero dalle catene della sua placida mediocrità.

Il capro espiatorio diventa ironicamente un certo Faber37, un utente come un altro di un’applicazione di scacchi online. Lì la dinamica assume tutt’altro significato: il gioco di Vincenzo diventa la sede da cui promana la sua vertiginosa rovina. Crede di avere controllo, ma ad ogni mossa lo perde, anche se non pare da subito rendersene conto. Il suo avversario è ossessivo, sempre pronto all’azione, capace di prevedere ogni sua mossa. Vincenzo si sente attorniato da nemici, defraudato di certezze, e più si mantiene viva in lui questa percezione e più questo rinfocola il suo proposito di prevalere, di far vedere chi è il migliore a tutti coloro che lo sottovalutano, o che tramano alle sue spalle.

L’ispettore De Luca, in tutto questo, è forse il simbolo del tentativo fallace della giustizia umana di dare ordine al caos degli impulsi violenti, che fremono nei punti di rottura dell’ordine costituito. Anche lui, in un certo senso, perde la sua battaglia: non riesce a prevenire l’inevitabile, per quanto ne avesse percepito le avvisaglie. Anche lui resta a rassegnarsi di fronte agli eventi e al loro raccapricciante corso. “Il rivolo nero era arrivato dalla sorgente alla foce”. Il male ha giocato la sua ultima partita, e ha prevalso. Fine dei giochi.

 

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