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Verona 1880: L’ombra avvolge la città della pietra ma il male si annida tra le sue mure, nel nuovo romanzo di Alessandro Maurizi, Il diavolo nel palazzo edito da Giallo Mondadori

3 set
Tempo di lettura: 3 min
Verona 1880: L’ombra avvolge la città della pietra ma il male si annida tra le sue mure, nel nuovo romanzo di Alessandro Maurizi, Il diavolo nel palazzo edito da Giallo Mondadori

Di Domenico Lubrano

«Di Verona dicono che sia una città gentile e colta. Ma sono solo bugie. Basta grattare un po’ la superficie e si vedranno la miseria e il delitto».

È dunque Verona lo sfondo della drammatica vicenda de Il diavolo nel palazzo di Alessandro Maurizi: una nobile città d’arte che abbaglia e seduce, ma che sembra infestata da una forza oscura, serpeggiante come un’acqua melmosa accumulatasi nei sotterranei, pronta a straboccare e infangare tutto.

Una città che appare un tripudio di identità false e losche trame di potere; dove la verità è una dama che si confonde tra la folla, in attesa che qualcuno la insegua e abbia il coraggio di guardare nei suoi occhi gelidi.

Un evento celeste preannuncia il disastro imminente: una cometa è messaggera di eventi nefasti; le carte invece, vorticano e si sparpagliano sul tavolo da gioco, quasi a voler rivelare le coordinate di un enigma da risolvere, la cui soluzione appare inafferrabile, restia a rivelarsi.

Il primo omicidio è quello di un ricco barone, trovato morto nella sua residenza, il cadavere straziato da un sadico ed efferato criminale. Il secondo è quello di una giovane sguattera, Elisa Zarantonella, la sua verginità violata non è circostanza aggravante, ma una macchia riprovevole che la rende, agli occhi dei suoi accusatori, compartecipe della propria disfatta.

In entrambi i casi la colpa ricade su due miserabili membri di quella sudicia plebaglia fatta di anime dannate che affollano i sobborghi della periferia veronese. Sembra quasi evidente che non si tratti di tentativi maldestri di disgraziati nullatenenti intenzionati ad accaparrarsi le ricchezze dei nobili per

risollevare le loro grame esistenze. Emergono così verdetti posticci, destinati a mostrare la propria fallacia. I protagonisti di questa storia: Il procuratore Giorio (personaggio realmente esistito nella Verona di fine Ottocento) e l’appuntato Venier ( un veterano che ha combattuto le guerre d’indipendenza austroungarica) nutrono entrambi lo stesso presentimento: giustizia non è stata fatta.

E così, per amore della verità, i due sceglieranno di sospendere il protocollo, cercando le risposte proprio in quelle periferie da cui ci si tiene lontani: poiché  secondo il pregiudizio dominante è in quei luoghi che prolifera la piaga del crimine.

La squadra investigativa improvvisata è affiancata da Bacchetto, un lestofante dall’animo leale, e da Ginevra, una giovane promessa della medicina che cerca instancabilmente di ritagliarsi il proprio spazio in una classe di medici uomini intenzionati a relegarla al ruolo di subalterna. Lei, tuttavia, sceglie di non piegarsi al pregiudizio maschilista che, alla fine dell’Ottocento, pretende ancora di confinare le donne nelle mura domestiche, soffocandone le ambizioni e negando loro la possibilità di far sentire la propria voce, mettere in campo le proprie competenze e sedersi da pari al tavolo del progresso.

E così inizia la ricerca, ma le domande si affastellano confuse. Quale trama occulta si cela dietro quegli omicidi? Quale disegno criminoso lega tra loro queste vite stroncate? Perché la colpa di questi morti attribuita troppo frettolosamente a miserabili innocenti, scelti come capri espiatori da un sistema privilegiato ?

Man mano che Alessandro Maurizi ci conduce negli angoli più oscuri di Verona, sembra quasi dipanarsi sotto i nostri occhi un’evidenza inquietante. Si insinua il sospetto che il male abbia messo le proprie radici ai piani alti di quella società di perbenisti che, con la loro protervia, si scagliano contro coloro che definiscono la feccia, dall’alto della propria rispettabilità borghese. Lo scrittore porta il lettore all’interno di un aggrovigliato dedalo di vite umane in cui gli emarginati ne escono, in ultima battuta, riabilitati.

È il riscatto dei reietti, dei subalterni, di coloro che sentono il peso della propria condizione svantaggiata, a cui è sbarrato l’ingresso del palazzo.

Ed è forse proprio attraverso la frattura violenta, il rovesciamento dell’equilibrio, la rottura delle storiche alleanze e gerarchie, che si porta a galla il fango e si diventa capaci di depurare la società dal male.

Non, nelle bettole squallide, nelle baracche e nei bordelli, ma nei salotti dorati, tra le file dei benpensanti, nei presbiteri, sui troni e sui seggi, che il diavolo, subdolo, tesse le sue trame.

 

 

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