Disincanto, eros e umorismo in “Hotel Aurora. Tre Stelle”. Francesco Di Domenico racconta storie di ospiti particolari
- 15 mag
- Tempo di lettura: 3 min

Di Alessandra Sigillo
Francesco Di Domenico, autore dell’originale romanzo edito da Marlin Hotel Aurora. Tre Stelle, racconta con ironia e irriverenza le storie che si consumano in un albergo a ore di proprietà di un ex boss della camorra. Osservatore narrante è Vittorio, il direttore che ogni giorno ne vede di tutti i colori e cerca di risolvere i problemi dei suoi ospiti particolari.
Vittorio è già da sé un personaggio particolare, proprio come coloro che passano qualche ora nelle sue camere. Uomo del Sud che scappa da Napoli per una delusione d’amore e si rifugia sulla costa romagnola: amori minimi, relazioni superficiali e avventure sessuali gli formano il carattere mentre attraversa gli anni che lo portano tra le braccia del nuovo millennio. Lui, che non ha avuto da ragazzo “cielo da vedere e terra da camminare”, si aggrappa alla vita con la certezza che tutto sarà meglio di prima, e si dà una missione: imparare. Così studia e diventa portiere per poi ritrovarsi direttore di questo caotico albergo.
Di Domenico, nel suo romanzo la pratica di spiare è la chiave di tutto. Che significato assume per uno scrittore in questo caso?
Effettivamente gli scrittori sono degli spioni dei sentimenti e un po’ come lo Zì Nicola delle Voci di dentro eduardiane, ed è come se fossero sempre affacciati da un soppalco a indagare antropologicamente gli esseri umani per raccontarli. In questo caso ho immaginato la vita magica del concierge - e ricordo la straordinaria figura del portiere Barney (interpretato dal bravo Héctor Elizondo) in Pretty Woman - che non solo comprende gli umori e le storie intime delle persone, ma le asseconda risolvendone i problemi. Le persone sono quasi tutte pervase da voyerismo, gli scrittori però ne fanno una professione. Oltre il fascino, che produce sicuramente la conoscenza del privato altrui, esiste il consapevole piacere di condivisione coi lettori.
Naturalmente il mio romanzo non è l’unico che ha come protagonista un portiere d’albergo, è sicuramente la prima volta che si racconta la vicenda di un albergo a ore, e l’equilibrismo della scrittura ha avuto un processo difficile nel non scadere nella pornografia tout court, tenendosi border line, fin dove fosse consentito.
Gli hotel vengono visti come luoghi di provvisoria permanenza, nel suo libro può essere considerata una metafora di luogo dove le persone si fermano temporaneamente per essere finalmente loro stesse e poi tornare a fingere nella vita reale?
Non sempre gli alberghi sono luoghi “provvisori”, molta buona borghesia nel corso degli anni, specialmente nel Novecento, ha sostituito la residenza privata - avendone i mezzi - per vivere in un Non luogo, un posto effimero da dove poter fuggire senza avere radici da abbandonare, avendo tutta la propria vita di ricordi e affetti in poche valigie. È sicuramente una metafora di luogo, con la sua evanescenza; nei casi narrati in Hotel Aurora: sì, la vita vera e alcune delle passioni autentiche si svolgono nelle quattro mura (che diventano tre nello sguardo narrativo, la “quarta parete” così come nel teatro è quella da dove si affaccia il narratore), altre no, sono a loro stesso teatri recitativi dove le coppie si esibiscono, al di là delle ginnastiche sessuali, in performance bugiarde, attoriali, al limite dei surrealismi pasoliniani.
Intanto - concludendo - sia nella vita reale che nei non luoghi degli attimi rubati, le persone recitano, sempre. Volendo citare Pirandello, si è tutti personaggi in cerca di autore. In uno dei miei romanzi precedenti Il cuore di Marzia, con un azzardo narrativo, faccio bussare al citofono della protagonista l’autore del romanzo, creando una distopia surreale dove il personaggio è totalmente disorientato, credendosi non più un umano vero, ma il personaggio di una storia. Naturalmente faccio svegliare l’eroina, che in pratica avrebbe sognato tutto, restando col dubbio di non essere realmente un essere vivente. Lei può immaginare se una notte le citofonasse un autore dicendole di essere un semplice personaggio di una storia scritta? Non si tratterebbe dello scarafaggio di Kafka, ma probabilmente di una vita “altra”, forse anche più piacevole.
Nell’Hotel ognuno ha una storia da raccontare, pensa che ogni persona abbia un vissuto che debba essere raccontato?
Ogni individuo, persino il travet più umile e ordinario, quello di cui potremmo dire: che vita piatta!, ha un romanzo nel suo vissuto. Quando scrissi la biografia del pilota di guerra Bellini nel mio Notte in Arabia, mi aveva detto di non avere una gran vita fuori dall’aviazione; invece, scovai un’esistenza ricca e piena di spunti.
D’altronde la letteratura russa è piena di capolavori che trattano di vite a prima vista umili e noiose, da Gogol a Dostoevskij, passando per Maksim Gor'kij e il suo L’albergo dei poveri. La stessa intervistatrice, se si guarda un attimo alle spalle scoprirà che la sua vita è un romanzo inedito. Come disse lo straordinario Vittorio Gassman: “Ho un grande avvenire, dietro le spalle”.
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